Il Nobel Peace Center di Oslo visto dalla piazza, con una scultura bianca a forma di sorriso e, incisa sulla pavimentazione, la frase di Nelson Mandela "The best weapon is to sit down and talk"

Il Nobel per la pace ai bambini di Gaza: un simbolo che rischia di restare vuoto

A cura di Fulvia Fabbri

Fotografia di copertina di Andrea “Isher” Pompignoli


L’idea non nasce quest’estate. Come ricorda il direttore di Avvenire, Marco Girardo, la proposta era già stata avanzata circa un anno fa dall’associazione “L’isola che non c’è”.

Come nasce la proposta

A rilanciarla con forza, nell’agosto 2026, è stato Eugenio Mazzarella, docente di Filosofia all’Università Federico II di Napoli, dalle colonne del quotidiano Avvenire, che ha aperto una casella di posta dedicata (petizione.gaza@avvenire.it) per raccogliere le adesioni.

In pochi giorni la petizione ha superato le 17.000 firme, per poi arrivare a diverse decine di migliaia, con adesioni trasversali nella società civile (tra cui Massimo Cacciari e Luigi Manconi) e nel mondo politico, quasi esclusivamente dell’area di centrosinistra.

Una petizione non è una candidatura

Qui va fatta una precisazione tecnica importante: una petizione popolare, per quanto numerosa, non equivale a una candidatura ufficiale.

Come funziona davvero la candidatura

Il regolamento del Comitato Nobel norvegese ammette come proponenti solo categorie specifiche:

  • parlamentari
  • membri di governo
  • capi di Stato
  • professori universitari di alcune discipline
  • ex vincitori del premio

Perché la proposta diventi una candidatura vera e propria, serve che una o più di queste figure la formalizzino nei tempi previsti. Le candidature per il Nobel per la pace si chiudono ogni anno il 31 gennaio.

Poiché il termine per il premio 2026 è già scaduto da mesi, una candidatura formale presentata oggi potrebbe concorrere solo per l’edizione 2027, il cui annuncio avviene tradizionalmente un venerdì di ottobre (nel 2025 è stato il 10 ottobre) a Oslo, con la cerimonia di consegna il 10 dicembre, anniversario della morte di Alfred Nobel.

Dal 24 agosto 2026, giorno in cui scrivo queste note, mancherebbero quindi circa 409-414 giorni, oltre tredici mesi, anche solo per conoscere l’esito. Un tempo lunghissimo rispetto all’urgenza umanitaria relativa ai minori a Gaza, e che il Comitato, peraltro, potrebbe anche decidere di non premiare affatto quest’anno o quello prossimo, come già avvenuto in passato per il Nobel per la pace in contesti di conflitto irrisolto.

I numeri citati dalla campagna

I dati citati dai promotori della campagna sono impressionanti:

  • oltre 21.000 bambini uccisi a Gaza dal 7 ottobre 2023
  • circa 44.000 minori feriti o mutilati
  • 39.000 bambini che hanno perso uno o entrambi i genitori
  • 245.000 casi di malnutrizione infantile

Secondo l’UNICEF, anche dopo la tregua di ottobre 2025 i minori hanno continuato a morire al ritmo di uno al giorno: da qui la cifra, richiamata dai promotori, di circa 300 bambini e adolescenti uccisi in 300 giorni, in quello che avrebbe dovuto essere un periodo di sospensione dei combattimenti.

Forse la proposta va oltre il premio, oltre queste scadenze, e intende squarciare il velo del silenzio e provocare un dibattito sull’orrore in corso a Gaza, che i promotori lo sanno bene è lo stesso orrore vissuto dai minori in tantissimi paesi del mondo, caratterizzati da conflitti, oppure semplicemente strutturati per la nuova colonizzazione dei paesi “ricchi” nei confronti dei più poveri, quelli con un Pil basso, ma con tante risorse naturali rapinate dalle multinazionali e dalla finanza internazionale.

Le ragioni a favore

Ho cercato di fissare le ragioni a favore di questa proposta e ho riscontrato le seguenti:

  • La visibilità e la pressione morale: un Nobel accende i riflettori mondiali su una crisi che rischia l’assuefazione mediatica.
  • L’universalità del messaggio: i promotori insistono che il premio non vuole essere di parte, ma un simbolo per “tutta l’infanzia colpita dalle guerre”, inclusi i bambini israeliani uccisi il 7 ottobre e quelli di Ucraina, Sudan, Iran.
  • Il valore della memoria: assegnare un riconoscimento alle vittime, anziché a chi gestisce (o produce) i conflitti, ribalta una logica che i promotori giudicano ipocrita.
  • La mobilitazione civile: la petizione ha già creato una rete trasversale di giornali, intellettuali e cittadini attorno al tema della protezione dell’infanzia in guerra.

La nota stonata

Eppure, e qui ragiono da persona che da tempo attraversa la protesta e affronta il muro di gomma dell’informazione e soprattutto della politica, rappresentata da governi e istituzioni nazionali, regionali e comunali, sento una nota stonata e il grande peso di vite spezzate che non riusciamo a salvare.

Il Nobel non è pensato per le vittime, ma per l’azione: finora il Nobel è stato assegnato a personalità che hanno disegnato nuovi orizzonti, nuovi percorsi per portare la pace e non arrendersi alla violenza insita negli equilibri politici, militari ed economici mondiali. In riferimento al conflitto arabo-israeliano, il Nobel è stato assegnato a Menachem Begin e a Mohamed Anwar El Sadat (Egitto), negoziatori degli accordi di Camp David per la pace tra Egitto e Israele, nel 1978, e poi nel 1994 a Yasser Arafat, Shimon Peres e Yitzhak Rabin, promotori del processo che ha portato agli accordi (seppure imperfetti) di Oslo.

Chi ritirerà il premio per i bambini uccisi a Gaza? Chi potrà degnamente rappresentare questi involontari simulacri della disumanizzazione umana? Chiediamo che sia una delle Ong ancora presenti a Gaza, oppure il pediatra Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan nel nord di Gaza, detenuto senza accusa né processo dal dicembre 2024, la cui detenzione la Corte Suprema israeliana ha confermato almeno fino a ottobre 2026, con denunce documentate di torture da parte di Amnesty International e di Physicians for Human Rights Israel. Sarebbe un modo per toglierlo dalle mani dei suoi spietati aguzzini.

E non si avverte il rischio che il simbolo sostituisca l’azione, che l’attenzione mediatica sul Nobel distragga dalle misure realmente in grado di salvare vite oggi, embargo sulle armi, corridoi umanitari, accesso ai soccorsi, trasformando l’indignazione in un gesto simbolico a costo zero per chi lo sottoscrive?

Torno sul conto dei giorni: 409 giorni. Se il ritmo di un bambino ucciso al giorno, denunciato dall’UNICEF anche dopo la tregua, dovesse proseguire fino all’annuncio del premio, significherebbe altri oltre 400 bambini morti mentre il mondo aspetta di sapere se dare loro una medaglia. Non è un’ipotesi astratta: è la stessa dinamica già osservata nei 300 giorni successivi alla tregua di ottobre, in cui 300 minori sono stati uccisi uno dopo l’altro, giorno dopo giorno, mentre si parlava di “sospensione dei combattimenti”.

Un bambino che muore oggi non sarà salvato da una cerimonia a Oslo nell’ottobre 2027.

Questo è il punto da cui, come attivista, non posso derogare: ogni proposta, ogni energia, ogni firma raccolta ha senso solo se si traduce in qualcosa che riduce il numero di morti da qui alle prossime settimane, non tra tredici mesi. Le decine di migliaia di persone che hanno firmato la petizione per il Nobel hanno dimostrato una cosa preziosa: che l’indignazione c’è, ed è enorme. Il problema è dove la si indirizza.


Cosa chiedere nei prossimi 409 giorni

Dunque se non vogliamo che questa proposta diventi l’ennesima foglia di fico che l’Occidente mette su sé stesso, dando un premio occidentale alle vittime dell’orrore e della disumanizzazione occidentale, dobbiamo accompagnare la richiesta con azioni concrete da fare in prima persona e da esigere dai nostri governi, nei prossimi 409 giorni che ci separano dalla premiazione in Norvegia.

  • Cessate il fuoco effettivo e monitorato, non sulla carta: servono osservatori internazionali indipendenti sul terreno, con mandato di denunciare pubblicamente ogni violazione entro ore, non mesi — perché è proprio nei 300 giorni “di tregua” che sono morti 300 bambini.
  • Corridoi umanitari aperti H24, non a intermittenza: cibo, acqua potabile, farmaci pediatrici e vaccini devono poter entrare senza ostacoli quotidiani, sotto la supervisione di agenzie ONU e ONG mediche indipendenti. Ogni giorno di corridoio chiuso è un bambino in più esposto a malnutrizione o malattie curabili.
  • Embargo sulle armi immediato e verificabile: nessun tipo di armamento deve partire dai porti del mediterraneo, non da Genova, da Livorno, da Venezia, da Ravenna, da Bari, non dalla Grecia. Abbiamo bisogno di trasparenza sulla produzione di armi, sugli accordi di vendita, sui trasporti per terra e per mare.
  • Embargo commerciale e blocco delle relazioni economiche con chi si macchia di genocidio: ricordo che l’Accordo di associazione Ue con Israele è sottoposto al rispetto dei diritti umani, pertanto di fronte alla loro violazione deve essere sospeso. Questa sospensione, pur nella evidenza del genocidio, non viene ancora ratificata, e uno dei governi protagonisti di questa vergogna è stato, assieme alla Germania, proprio il nostro governo italiano.
  • Accelerare, non solo avviare, i procedimenti internazionali: le indagini della Corte Penale Internazionale e della Corte Internazionale di Giustizia devono avere priorità e risorse straordinarie, perché la giustizia lenta, in questo contesto, è un’altra forma di impunità.
  • Finanziare subito, e senza tagli, i programmi UNICEF e delle ONG mediche già presenti a Gaza: sono loro, non un comitato di Oslo, a poter salvare un bambino la prossima settimana, a patto di avere i fondi per farlo, oggi.

Stiamo chiedendo troppo? Il sogno che i Parlamenti, i Governi nazionali, regionali e comunali, i partiti, i sindacati, le aziende che vogliano sottoscrivere questa proposta, si sentano anche chiamati a fare e a fare subito, affinché si arrivi a Oslo con zero uccisioni di bambini a Gaza, per poi proseguire a bloccare lo scempio in tante nazioni del mondo, vi sembra un anelito bizzarro, che non tiene conto della real politik?

“You may say I am a dreamer, but I’m not the only one, I hope someday you’ll join us and the world will live as one”

cantava John Lennon nella sua splendida Imagine.

Un Nobel, per quanto carico di significato, non fermerà una sola bomba. Le nostre firme, le nostre proteste, la nostra pressione politica quotidiana, forse sì.